Jazz americano, jazz europeo e così via. Per me non esistono confini per il jazz e neppure colore. Bianco, nero, giallo. Se un musicista sa suonare, se conosce l'armonia e si esprime con swing, fa del jazz. E lo fa in Africa, in Russia o in America.
(Duke Ellington)
Presentare questo disco non è stato facilissimo, ho trovato pochissime notizie in rete e nessun video disponibile (ma non preoccupatevi ho trovato la soluzione per farvelo ascoltare lo stesso) e questo mi ha fatto pensare; in un altro Stato un'orchestra di tale portata sarebbe stata celebrata e pubblicizzata da qualsiasi emittente radiofonica e televisiva...da noi no! In Italia spendiamo milioni di euro per creare un festival della musica italiana ignobile ma in compenso le vere stelle che ci vengono invidiati in tutto il mondo le lasciamo nell'oscurità per pochi appassionati. Scusate lo sfogo!!
Autentica "All Stars" nostrana, la Egea Orchestra è un tentetto che riunisce alcuni tra i migliori musicisti che pubblicano per l'etichetta perugina, qui impegnati in un repertorio orginale del compositore Germano Mazzocchetti. L'approccio dell'orchestra è strutturalmente da classica Big Band, con due o tre soli per brano e un gran lavoro d'assieme. L'atmosfera, invece, è come si può immaginare molto "nostrana" - e da questo punto di vista le composizioni di Mazzocchetti sono pienamente in tono con la più caratteristica produzione Egea.
Bellissima è la presentazione di Curzio Maltese, giornalista e scrittore italiano:
"Ho incontrato la musica di Germano Mazzocchetti a teatro, in uno spettacolo bellissimo di Antonio Calenda, e da allora l'ho portata con me in giro per il sud, nei lunghi viaggi in Meridione, in Provenza, in Spagna. Con il tempo questa musica è diventata quasi un elemento naturale nel paesaggio dei ricordi, come il bianco delle case, l'intenso azzurro del cielo o il verde degli ulivi. Non sono un esperto di musica e non saprei indicare una casella critica per il lavoro di Mazzocchetti. In realtà è assolutamente originale, forse unico. Si potrebbe parlare di jazz mediterraneo, se la formula non rimandasse a qualche operazione furba. Per esempio prendere temi popolari o di famose canzoni napoletane e vestirli con gli strumenti e gli stilemi del jazz. Germano fa qualcosa di completamente diverso e molto più antico. In un certo senso ripercorre il processo creativo degli inventori del jazz, che portavano nel cuore la nostalgia dei canti africani e volevano dare alla loro cultura rinnegata la nobiltà dell'orchestra classica. Mazzocchetti sposa la memoria di un'immensa tradizione musicale italiana e mediterranea con la curiosità per i nuovi linguaggi. Il risultato è una musica antiretorica, un distillato di emozioni che prende il meglio dall'una e dall'altra cultura rinunciando ad ogni soluzione facile, retorica. E' quello che qualche pseudo filosofo alla moda definirebbe un'operazione di "meticciato". In pratica, il miglior risultato al quale la cultura e la musica contemporanea possano aspirare".
1. Il bacio della tarantola - 8:15 (solisti Tedesco, Zurzolo, Kramer)
2. Porto antico - 9:51 (Intro Pieranunzi; Soli: Pieranunzi, Tonolo)
Era un po' di tempo che non presentavo un disco di jazz italiano, musica che mi appassiona particolarmente perchè riesce a miscelare perfettamente le caratteristiche ritmiche del jazz e la strepitosa melodica e fantasia italiana.
Introduciamo senza indugio questo gruppo, credo poco conosciuto al grande pubblico, l'Arkè String Project è un'evoluzione dell'Arkè String Quartet, un cambiamento avvenuto nel 2004 dopo otto anni di attività. Una grande affinità nel modo di sentire ed interpretare la musica ha condotto questi musicisti ad intraprendere un cammino comune: viaggiare senza pregiudizi all'interno di diversi generi musicali cercando le migliori espressioni che caratterizzano ciascun genere. Il territorio ideale per questo tipo di ricerca è la musica del Novecento e l'ambito contemporaneo che offre un ambito molto vasto comprendente jazz, avanguardia, pop e world music: l'Arké String Project propone brani di repertorio per quartetto e proprie composizioni originali. Carlo Cantini (violino), Valentino Corvino (violino e voce), Sandro Di Paolo (viola), Piero Salvatori (violoncello), Stefano Dall'Ora (contrabbasso), con la partecipazione di Stefano Bollani (pianoforte) e Gabriele Mirabassi (clarinetto) hanno dato vita ad uno splendido itinerario musicale denso di spunti interessanti e di colorati paesaggi sonori. L'Arké String Project suona sia con strumenti acustici che con i Cantini Solid Strings, strumenti elettrici originali che grazie alle loro numerose e particolari sonorità permettono la ricerca di nuove possibilità di scrittura e arrangiamento per quartetto d'archi.
In una bella intervista il violinista del gruppo, Valentino Corvino, spiega il loro modo di intendere la musica e le sue difficoltà nell'interpretarla: ”Uscire dal ruolo di "esecutore", tipico di chi compie studi classici oggi, e scrivere cose nuove usando gli strumenti in modo originale vuol dire già compiere un passo molto lungo. Ma noi cerchiamo di andare oltre, e di prendere tutto il bagaglio di tecnica ed interpretazione che storicamente i nostri strumenti portano con sé per unirlo a modalità di esecuzione tipiche di altri strumenti ed altri generi musicali. Per spiegare meglio, il quartetto ha già alle spalle un grosso lavoro sull'intonazione, sul suono e sull'insieme che qualsiasi quartetto d'archi classico di un certo livello deve compiere, ma poi, dovendo affrontare generi musicali moderni, deve saper riprodurre una linea di basso come farebbe un vero bassista o figurazioni ritmiche come quelle di un vero percussionista o suoni nuovi più adatti al sound moderno. Per non parlare del fraseggio, che cambia ogni volta che si prende qualcosa da un genere musicale differente. Forse la cosa veramente rara che ci contraddistingue rispetto alla cultura del musicista "classico" è che tutti abbiamo un forte interesse e una buona esperienza nei generi musicali contemporanei che ci porta ad avere già dentro di noi certe pratiche esecutive.”
Tutte le composizioni risultano godibili e ricche di raffinatezza espressiva.Si ascolti I treni che vorrei, in cui vediamo Bollani, eccellente pianista, su una sua composizione, ricamare deliziose note sul tappeto armonico degli archi, sempre discreti, efficaci e interattivi col pianista. Tra due oasi, più classica nell'impianto strutturale e nell'esposizione, più meditativa, ospita il clarinetto di Mirabassi, puntuale conoscitore non solo di jazz, solista di razza, musicista a tutto tondo.Belle le trame armoniche del quintetto, sempre attento alle evoluzioni solistiche degli ospiti. Gustose, divertenti e ricche di riferimenti alla musica d'oltre confine Elicoidale e la simil celtica Taranta, in cui, tra glissandi e unisoni dagli accenti spostati, il gruppo esplora le risorse dei propri strumenti trasformandoli persino in percussioni.Quasi sospesa a mezz'aria, Acquario presenta un tema molto dolce. Esso lascia subito il campo ad un solo di clarinetto, che si muove libero su moduli ritmici ostinati degli archi. Bello l'effetto prodotto…Da brividi la parte solistica del violoncello in Terra Antica.
Un disco realizzato su tante sfumature di colore, fatto di brani belli, suonati con grande competenza e entusiasmo… E' un cd raffinato e interessante.
01. I Treni Che Vorrei (Bollani) - 4:54
02. Tra Due Oasi (Dall'Ora) - 7:22
03. Elicoidale (Cantini) - 4:14
04. Non Fermarmi (Corvino) - 4:42
05. Taranta (Di Paolo) - 5:03
06. Jaco (Corvino) - 7:20
07. Acquario (Cantini) - 4:48
08. Terra Antica (Cantini) - 6:32
Bonus Track: Birdland (Joe Zawinul) - 3:54
Qui di seguito trovate tre video inediti contenenti un paio di brani ognuno:
Carlo Cantini (violino)
Valentino Corvino (violino e voce)
Sandro Di Paolo (viola)
Piero Salvatori (violoncello)
Stefano Dall'Ora (contrabbasso)
Peo Alfonsi, per molti, di sicuro, è uno sconosciuto. Lo sarebbe stato anche per me se un giorno, all'ultima edizione di Umbria Jazz, non mi fossi recato nel solito negozietto di musica dell'Egea a Perugia. Proprio in quel momento in sottofondo si sentiva il dolce suono di questo cd che usciva dalle casse dello stereo. Pazientemente la commessa mi diede tutti i dettagli e mi portò in una stanza di ascolto dove poter, con calma, gustare il disco. Già dalle prime note mi innamorai del sound di questo gruppo, che non viene necessariamente espresso con una tecnica strumentistica fuori dal comune, ma con un'amalgama e un interplay tra gli strumentisti perfetta e una melodia interessante.
Il chitarrista sardo è al suo primo disco da leader, dopo aver contribuito con le sue corde ad un buon numero di lavori che hanno visto impegnati Paolo Fresu, Fausto Beccalossi, Al Di Meola, Stefano Battaglia e, tra gli altri, anche Gabriele Mirabassi che, in questo lavoro, lo accompagna – da par suo – con Kyle Gregory, fine marcatore delle blue notes, Salvatore Maiore, tessitore di trame e contrappunti al contrabbasso e violoncello, e Antonio Mambelli, che sa ben collocare accenti e contrasti ritmici, alle percussioni. Musicista assai colto, Alfonsi ha attentamente, sapientemente elaborato dalla composizione all’esecuzione queste undici gemme di struggente bellezza, lucenti d’una serena nostalgia.
Conserviamo tutti un'Itaca nell'anima, un richiamo a un luogo originario mai del tutto dimenticato. Credo che il musicista viva un rapporto particolare col sentimento della nostalgia, come se qualcosa d'irrisolto, un filo mai del tutto spezzato con i miti dell'infanzia lo perseguitasse e gli desse spinta e motivazione nel fare musica. Forse inconsciamente il musicista preferisce non tornarci a Itaca, continuando piuttosto a usarne la lontananza.
Peo Alfonsi
Happyness (5.25)
Si inizia con un'intro arpeggiata dalla chitarra che introduce il canto del flicorno, la melodia dolce e soave che evoca il ricordo di una terra lontana. Brano suonato in quartetto con un grande interplay tra chitarra e flicorno, di spessore il solo di chitarra che chiude il brano.
Gismontiana (3.57)
Fa la sua apparizione il clarinetto di Mirabassi che espone il tema di questo pezzo (omaggio ad un grande chitarrista del passato, Egberto Gismonti), trovo splendido l'intreccio di interventi tra clarinetto, contrabbasso (suonato con l'archetto) e flicorno che se segue. La chitarra tesse, splendidamente, un tappeto sonoro con arpeggi agili. La riproposizione del tema chiude la traccia.
Wis for Wheel (4.58)
Brano dedicato a Kenny Wheeler, trombettista canadese. L'arpeggio dolce della chitarra introduce il melodioso canto del flicorno con un bellissimo contrappunto di Mirabassi nel registro basso dello strumento. La chitarra, in questo disco, fa le veci del pianoforte creando un sottofondo dove la front-line può esprimersi al meglio. L'interplay tra i musicisti in questa traccia è al massimo, l'intreccio della trama sonora è splendido e complesso.
Femme Fetal (3.56)
Traccia incisa in trio dal leader con contrabbasso e percussioni, una splendida ballad dove Alfonsi si lascia andare e ci dimostra come non serva una pioggia di note per creare armonia e emozioni. Molto appropriato l'accompagnamento delle percussioni che riesce a sottolineare senza coprire il dolce suono della chitarra.
Naele (2.55)
Brano in duo con Mirabassi, dall'atmosfera brasiliana, con una punta di saudage. Ogni nota, ogni pizzicata di corda emoziona. Da sottolineare la performance di Mirabassi che è perfetto sia nel registro basso che in quello alto.
Le mille e una note (4.21)
Si cambia atmosfera, ritmo più veloce, passaggi più tecnici. La tromba sordinata da un tocco di leggerezza e l'intreccio con il clarinetto che contrappunta nel registro basso torna costante per tutto il disco. Anche il contrabbasso crea un solo tecnico, dopo il quale Mirabassi e Gragory si scatenano con i loro strumenti. Sembra una botta e risposta tra i due.
Beni Benia (4.43)
Si torna nelle atmosfere malinconiche che evoca questo disco bellissimo. Toccante intro della chitarra con il contrabbasso pizzicato, come un soffio di vento entra Mirabassi che leggiadro suona il tema. Il clarinetto lascia spazio al solo di Alfonsi accompagnato dal violoncello di Maiore. Entra impetuoso il flicorno di Gregory che con un crescendo trascina il contrappunto puntato del clarinetto.
Itaca (5.44)
Unico brano dell'album suonato in quintetto, pezzo dedicato alla moglie di Alfonsi, Silvia. Le domande e le risposte all'interno dell'intreccio sonoro si moltiplicano, ogni musicista ha il proprio ruolo. Brano da ascoltare attentamente, che riserva delle novità ad ogni ripetuto ascolto. A mio avviso il miglior brano del cd.
Samovar (3.51)
Traccia suonata in solitudine da Alfonsi, la sua chitarra acustica profonde una melodia dolcissima e nostalgica che si esprime in una curva gaussiana di emozioni. Picnic in garage (4.01)
Brano dedicato ad un suo caro amico, suonato in quartetto, mette in luce il clarinetto di Mirabassi che, questa volta, mette a disposizione i suoi grandi mezzi tecnici in un solo difficile e molto veloce. La ritmica lo accompagna magistralmente. Dopo tutto (2.53)
Il disco finisce con questa ballad intonata dal flicorno di Gregory e dal clarinetto che evoca un triste saluto alle proprie origini, a quella terra lontana a cui probabilmente non si farà ritorno.
Cd che non possiamo dire che appartenga esclusivamente al mondo jazz, ma che, come molto spesso accade, per i jazzman italiani, va a posizionarsi in quella fascia di genere musicale che io chiamo italian jazz. E' un mix di musica afroamericana condita dal genio e dalla melodica delle reminescenze e della tradizione italica che vanno a formareun genere musicale caratteristico e ben riconoscibile.
Musicisti:
Peo Alfonsi (chitarre)
Gabriele Mirabassi (clarinetto)
Kyle Gregory (tromba e flicorno)
Salvatore Maiore (contrabbasso e violoncello)
Antonio Mambelli (percussioni)
Questo è un cd che mi ha colpito nell’anima appena l’ho ascoltato. Ero arrivato da un giorno a Perugia, al mio primo Umbria Jazz Festival, ancora frastornato da quello tsunami di musica che ti travolge appena metti piede in città, mi ritrovavo a girovagare per le viuzze medievali, tra un gruppetto da strada e una chitarra solitaria che suonava leggiadra fuori da un bar, quando sento una musica brasiliana uscire da un negozietto. Era Guinga che si faceva scoprire alle mie orecchie.
“Prendete Gerswhin, Ravel, Cole Porter e Puccini, amalgamateli e rosolateli ben bene al sole tropicale di rio de Janeiro, fateli rotolare nella scarpata spazio-temporale che separa il XX dal XXI secolo carioca, dove il samba, lo choro e il baiano si impigliano fra i capelli e impregnano le fibre dei vestiti, presentategli Villa Lobos e Jobim ed ecco che avrete un’idea approssimativa, ma plausibile, della musica di Guinga. Quando, non molti anni fa ho sentito per la prima volta uno dei suoi dischi l’impatto è stato violentissimo. Da quel momento la musica di Guinga è diventata l’oggetto di una profonda passione. Musica alta e popolare allo stesso tempo. Melodie che si snodano con una naturalezza ed una contabilità incredibile, dal momento che poggiano su percorsi armonici di inusitata e accidentata imprevedibilità e emozione, sparsa a piene mani, con incontenibile necessità. Ma il vero shock l’ho ricevuto ascoltando per la prima volta dal vivo il suo gruppo. Non eravamo in una austera sala da concerti, bensì nella piazzetta di un piccolo paese dell’ Appennino toscano, gremita di un pubblico composto da occasionali avventori locali e da altrettanto “sprovveduti” villeggianti , eppure si respirava un aria diversa, strana. C’era come una bolla d’aria, una tensione ed un emozione speciale che legava quei tre uomini che venivano dall’altro lato del mondo e portavano (scoprirò poi) per la prima volta quella musica così radicata nella storia e nella quotidianità della loro città, Rio de Janeiro, davanti ad un pubblico italiano, che dal canto suo si aspettava quella specie di caricaturale miscuglio di bossa-nova e di veglione dell’ultimo dell’anno che dalle nostre parti si spaccia per musica brasiliana. I tre in questione erano, oltre al nostro Guinga, Paulo Sergio Santos, e Lula Galvao. Il primo è uno dei miei eroi. Uno dei più bei suoni di clarinetto del mondo, un vita passata da solista con l’orchestra sinfonica di rio de Janeiro e col mitico quintetto villa-lobos, di cui è uno dei membri fondatori, per poi incarnare la rinascita dello choro. E poi Lula Galvao, chitarrista come solo il brasile poteva produrre, unico nella sua capacità di essere un enorme improvvisatore in senso prettamente Jazzistico, senza per questo cessare di essere un autorevolissimo esponente di quella scuola di chitarra brasiliana, che ha guadagnato l’ammirazione del mondo intero. Da quella sera il mio sogno è stato quello di avere il disco di quel gruppo, di quello che a mio giudizio è il lato più veritiero, più fedele della musica di Guinga. Questo disco, che rispetto a quel formato originale vede l’aggiunta in alcuni pezzi dello straordinario talento di Jorginho do Trompete, è il coronamento di quel sogno”.
Questa è la prefazione di Gabriele Mirabassi a questo album, ho deciso di inserirla integralmente in quanto rende perfettamente l’idea della musica di Guinga e spiega come questo disco veda la luce.
Di Menor (3.36)
Dalle prime note Guinga mette subito in chiaro chi è, che musica fa e le sensazioni che trasmette. Il tema esposto dal clarinetto che si fa accompagnare in un intreccio sonoro dalla chitarra è tecnico, veloce e frizzante, il clarinetto lascia spazio alla tromba sordinata in un solo melodico. Infine il tema viene esposto all’unisono, l’impasto sonoro è apprezzabile, caldo e morbido.
Garoa a Maresia (1.52)
Una splendida ballad in duetto tra tromba e chitarra, anche se corta. Il solo di Jorginho è stupendo in tutta la sua sonorità brasiliana che sa di saudage.
Dà o Pè Loro (3.49)
Duetto chitarristico tra due maestri: Guinga e Lula Galvao. Melodia che diventa subito familiare e che riporta alla mente il caldo e la gioiosità brasiliana. Il ritmo percussivo della chitarra d’accompagnamento lascia spazio al solo di Guinga, tecnico ma mai noioso. Ad ogni riproposizione i due musicisti trovano soluzioni armoniche o melodiche per ravvivare il brano.
Senhorinha (5.42)
In questo brano, triste e malinconico, dopo una breve introduzione di chitarra, la voce di Guinga emerge e riporta l’ascoltatore in un dolce spiaggia deserta, dopo un breve intermezzo di chitarra inizia il solo di Santos che, con il suo clarinetto, improvvisa una melodia dolcissima, per poi chiudere il brano con un dialogo tra i tre musicisti finendo in un pianissimo intenso.
Coco de Coco (2.29)
Famosa aria brasiliana, dove il clarinetto di Santos fa risaltare la propria tecnica, dialogando con le chitarre di Galvao e Guinga.
Orassamba (4.35)
Unico brano del cd in cui partecipano tutti e cinque i musicisti. La traccia inizia con l’esposizione del tema da parte di Jorginho con la sua tromba con sordina, accompagnato da una chitarra. Arriva l’assolo di Mirabassi che riprende lo stile di Jorginho che riprende subito dopo il tema fino alla chiusura del brano.
Dichavado (2.52)
Ritorna il trio chitarre, clarinetto per un choro di qualità, in cui dopo l’introduzione delle chitarre emerge il suono splendido del clarinetto, strumento che da quel sentore di brasiliano.
Mingus Samba (1.53)
Brano in solitario di Lula Galvao alla chitarra, omaggio al famoso contrabbassista e band leader che ha rivoluzionato il jazz.
Igreja da Penha (2.53)
Splendida ballad in duetto tra Guinga e Jorginho, dove ancora una volta la voce sordinata della tromba e il pizzicato della chitarra dialogano portando l’ascoltatore in una dimensione di tranquillità e serenità. Ogni accordo della chitarra colpisce al cuore ed ogni nota della tromba fa tremare l’anima di chi l’ascolta. A mio parere uno dei più bei brani dell’album.
Sete Estrellas (2.45)
Traccia suonata in quartetto, due chitarre e due clarinetti che si alternano, anche nella composizione della formazione di ogni brano, i musicisti dimostrano di pensare ad ogni piccolo particolare per creare in chi li ascolta un motivo di novità e per tenere sempre vivo l’interesse.
Commendador Albuquerque (3.46)
Solo del leader che si concede in fin di album un brano in solitario, un’altra ballad che riporta la mente alla musica originaria di Rio de Janeiro, con quel misto di malinconia e tristezza nel cuore.
Jongo de Comparedes (2.04)
Duetto tecnico tra Lula e Guinga, la velocità aumenta rispetto alle ballad e riporta vivacità nel disco in attesa del finale. Il dialogo è sempre ben armonico e affiatato, si sentono i tanti concerti che i due hanno fatto assieme.
Chorado (4.07)
Unico brano in duetto tra Mirabassi e Guinga. Il suono dolcissimo del clarinetto introduce il tema che si snoda in una melodia che varia con dei ritardati, in cui i due musicisti dimostrano un buon feeling. In questa traccia si sente che ogni nota è pensata e curata, il sentimento e le emozioni sfociano in quest’ultimo brano che chiude un disco speciale.
Lo trovo un cd particolare dove scoprire un sound brasiliano che molti pensavano ormai passato nel dimenticatoio, forse non è jazz puro, forse non è tecnicamente impossibile, però ascoltandolo con attenzione sono sicuro che toccherà il cuore di molti. E’ un cd da ascoltare, non da mettere come sottofondo facendo dell’altro, è un cd da ascoltare lasciandosi trasportare in quella Rio de Janeiro meno festosa, un po’ malinconica e un po’ solitaria.